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Italianialondra.com intervista Davide Ferrario, regista di "Dopo Mezzanotte"
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IaL: Parliamo di 'Dopo mezzanotte'. Film girato con un budget ridotto, ma che è stato un successo, non solo in Italia, ma anche all'estero, soprattutto dopo il Festival di Berlino. E' stato un successo previsto o inaspettato?
D.F.: 'Dopo mezzanotte' è una di quelle favole del film indipendente, che ha incassato 5 volte quel che è costato. Speravo di fare un film che funzionasse, mi son autoprodotto. E' stato un atto di fiducia nel pubblico, nel fatto che il pubblico avrebbe voluto vederlo anche se non era un film commerciale, ma un film originale. Dentro di me mi dicevo che quel tipo di storia, raccontata in quel modo, avrebbe trovato un pubblico. Non mi aspettavo però che fosse poi venduto in tutto il mondo. Ed ora tocca a Londra.
IaL: Cosa si aspetta che gli inglesi apprezzino di più o di meno del suo film?
D.F.: E' difficile immaginarlo; avendo portato il film in giro per il mondo, ti accorgi che pubblici diversi ridono per cose diverse, o vivono cose identiche in modo diverso, anche se non cambia la percezione generale del film. E' un film che ha una sua grazia e che non pretende di essere altro se non la storia che racconta, e trova nella sua umiltà la sua forza e ricchezza. E' un film imprevedibile, e questo è stato riconosciuto da tutti i pubblici.
IaL: il film è stato girato in alta definizione digitale, e questo è quasi un paradosso: un film che parla di cinema, che mostra pellicole molto vecchie, ma che allo stesso tempo è girato in alta definizione. E' stato un atto coraggioso questo, che ha scosso i tecnici dell'ambiente?
D.F.: Non è stato un atto coraggioso, quanto una scelta astuta, sia artistica che produttiva. Se il film fosse stato girato in pellicola non sarebbe venuto così bene né sarebbe costato così poco. Ritengo che il digitale sia uno strumento, non un linguaggio; devi avere una storia da raccontare, e puoi farlo in pellicola o in digitale. E' poi anche diventato un successo economico proprio perché era costato poco in partenza, diventando così un esempio per produttori e film maker che da due anni lo sbandierano come l'esempio che un altro cinema è possibile. Ma io volevo solo sbandierare la mia storia.
IaL: Ma allora un altro cinema può davvero esistere?
D.F.: Sì, è possibile. Io ho trascorso 4 anni a portare in giro sceneggiature in America, in particolare una, che doveva diventare un film, di cui avevano addirittura fatto il cast. Poi il film purtroppo non è stato realizzato. Son tornato a casa e mi son detto, 'Posso fare un film cominciando da zero'. Ho investito tutto quello che avevo. Se l'avessi fatto con più soldi non sarebbe riuscito così, sarebbe stato un film di formule. Invece l'ho girato in quattro settimane, è stato davvero come cominciare da zero. E allora ti chiedi cosa sei in grado di fare. E' una sfida, ma non piena di ansia, ma bensì piena di felicità, perché non dovevo rendere conto al produttore....il produttore ero io!
IaL: Tra l'altro Il film è stato girato senza sceneggiatura.
D.F.: Sì, faceva parte del gioco. Dopo aver presentato sei sceneggiature nel giro degli ultimi 4 anni, e dopo aver ricevuto dei rifiuti, l'ultima cosa che volevo fare era scriverne una molto ben fatta e poi sentirmela rifiutare, o dire 'aspettiamo e vediamo'. Avevo in mente il film, gli attori si son fidati di me, così con una sorta di canovaccio di dieci pagine, senza dialoghi, abbiamo improvvisato giorno per giorno.
IaL: Parliamo di Torino, dov'è girato il film e dove lei vive da sei anni. E' una città che ha raccontato anche in altri film. Cosa l'affascina e l'ispira di questa città, che in realtà è spesso solo considerata la città della Fiat?
D.F.: Se si viene a Torino ci si rende conto facilmente che la Fiat non c'è più, la sua scomparsa è stata metabolizzata nell'anima dei torinesi, dal punto di vista culturale. Torino è una città in transizione, quindi piena di energia, dove si fa la musica migliore, ricca di incroci culturali, dove l'amministrazione persegue da anni il discorso culturale, cercando di trasformare Torino da città della fabbrica a città della cultura, dell'arte e del cinema.
Inoltre è una città di grande impatto cinematografico, come New York, rappresenta un set bellissimo. Quando giri un film nel resto d'Italia, l'atmosfera ti prende la mano, il film diventa subito veneto, romano ecc. C'è un certo regionalismo. Invece Torino, città a metà tra Francia e Italia, non prevarica mai sulla tua storia. Puoi raccontarla come la città della mole, ma anche come la città della periferia, del centro, del fiume, della collina, dei ricchi, degli immigrati.
IaL: Ed infatti questa è proprio un po' la storia del film o sbaglio?
D.F.: Sì, nel film c'è questa opposizione. Da un lato la Mole, che ora è sede del museo del cinema, dove vive il custode del museo. Dall'altro una ragazza di periferia che alla mole non c'è mai stata, anzi che forse non va mai nel centro.
IaL: A proposito della Mole... molti studenti universitari delle facoltà umanistiche di Palazzo Nuovo (a due passi dalla Mole) sono forse saliti immaginariamente in cima ad essa per la prima volta proprio attraverso il suo film. Una vecchia credenza vuole infatti che chi sale... non si laurea!
D.F.: Ah ah... sì, e vero! Tra l'altro uno dei cinema in cui proiettavano il film si trova proprio sotto la mole. Quando andavo in quel cinema, all'uscita vedevo la gente alzare il naso e guardare la mole dopo aver visto il film. La mole è la cosa più visibile da tutta Torino, ma c'è voluto un film fatto da un non torinese per far accorgere i torinesi della sua presenza.
C'è tanta gente che, dopo aver visto il film, viene a Torino per vedere la mole, e chiede dove si trova la camera del custode.....una camera che non esiste! L'abbiamo costruita noi in un incrocio di scale, la facevamo di mattina e la smontavamo di sera.
IaL: Torniamo a parlare di cinema italiano: a volte un regista italiano realizza un film che è quasi snobbato in Italia, ma che poi incontra una fortuna all'estero. Solo allora torna in Italia glorioso.
D.F.: Sì, capita. Noi abbiamo presentato 'Dopo mezzanotte' a tanti distributori italiani, ci dicevano che il film era 'carino', ma nessuno voleva distribuirlo. Poi, nel giro di 24 ore, è stato un successo al Festival di Berlino, e avevamo dieci distributori alla porta che facevano la coda per prendercelo. Se però non fossimo andati a Berlino...
Il problema è che in Italia siamo moto provinciali, non sappiamo riconocere il talento e la novità. Se ci fossero Fellini e Pasolini ora non li riconosceremmo, li metteremmo nei talk show. Al talento, al genio e all'artista, serve anche la società, un contorno che gli permetta di esistere. Non è possibile tornare al grande cinema italiano perchè questo cinema era legato alla società degli anni '50 e '60 che non esiste più. Era l'Italia del dopoguerra, del boom economico. Da 25 anni a questa parte l'Italia è diventata mediocre dal punto di vista culturale e sociale, siamo un paese borghese anche nelle fasce popolari, non esprimiamo niente di interessante. Perché i francesi o gli inglesi dovrebbe essere interessati alla borghesia milanese? è uguale a loro, non esprime niente di diverso. L'imborghesimento della società crea un cinema diverso.
IaL: Ha una ricetta per il cinema italiano?
D.F.: Di ricette non ne ho. Cito Mario Rigoni Stern: alla domanda 'cosa si puo' fare?' diceva: 'Ognuno deve fare quello che sa fare onestamente, senza pensare che effetto ha questo'.
IaL: La ringrazio, e l'aspetto il 4 dicembre alla premiere di 'Dopo mezzanotte'.
D.F.: Grazie. Ci vediamo a Londra!
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Giuseppe Marra
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Museo Nazionale del Cinema -Torino
Il Museo del Cinema di Torino occupa una superficie di 3000 metri quadrati e presenta al pubblico una delle più ricche raccolte del mondo: dai primi metri di pellicola comprati da Maria Adriana Prolo negli anni '40 agli oltre 7000 film, 9000 oggetti, 200 lanterne magiche, 200.000 manifesti che costituiscono parte dell'attuale patrimonio. A differenza di altri musei del cinema sparsi del mondo, quello torinese non punta tanto sull'epopea moderna della settima arte, quanto sulla sua nascita, sui primi esperimenti cinematografici, sui primi oggetti che tentavano di riprodurre su pellicola il movimento, sui dagherrotipi. La raccolta è davvero preziosa e permette di riscoprire il passato, i primi effetti speciali. Non è un caso che sia Torino a ospitare una raccolta così preziosa e inusuale.
Qui, nel capoluogo subalpino, nacque infatti, il cinema italiano. I primi film del nostro Paese furono prodotti qui, le prime divine del cinema muto fondarono qui la loro leggenda. Il Museo rende loro omaggio utilizzando sapientemente le architetture della Mole: la cupola ospita un omaggio a Cabiria, il primo kolossal italiano, prodotto ovviamente a Torino, tutt'intorno l'omaggio ai primi grandiosi cinema torinesi.
(fonte: a-torino.com)
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