“Città bellissima, ma come si mangia male a Londra!”. Era questo, fino a qualche tempo fa, quello che ti sentivi dire da chi tornava dalla capitale britannica. Si sa, noi italiani siamo molto esigenti in fatto di buona tavola, e competere con la nostra arte culinaria non è facile. Ma Londra nell’ultimo decennio ha fatto passi da gigante e si sta scrollando di dosso l’etichetta di “città del (solo) fish & chips”, importando da ogni angolo del pianeta gli chef più quotati e diventando, paradossalmente, il luogo dove si trovano i migliori ristoranti del mondo.

La città conta più di 10.000 ristoranti con le più diverse tradizioni culinarie internazionali, che servono da mangiare ad oltre 30 milioni di turisti l’anno e i suoi 8 milioni di abitanti. Nella capitale inglese, e non solo, questa “rinascita gastronomica” ha inevitabilmente un impatto positivo per il mercato della ristorazione e del catering più in generale. Un mondo in continuo fermento con un’enorme offerta di opportunità di impiego e di crescita professionale.

Sono tanti i ragazzi che, lasciata l’Italia per i più diversi motivi, queste opportunità le hanno volute cogliere. Ad alcuni di loro (Rossana, Stefano, Gennaro, Alex, Andrea Antonio, Giovanni, Fabio) abbiamo chiesto di raccontarci la propria esperienza, per capire come funzionano le cose in quest’ambito professionale e se vale veramente la pena di lasciare tutto per “tentare la fortuna” in Inghilterra.

LavorareRistorazione
Le loro storie

Gennaro, napoletano, in Uk dal 2005 è manager nell’Hertfordshire per conto della compagnia Prezzo Plc. Per arrivare dov’è adesso ha percorso un po’ tutti i gradini della carriera lavorativa: “Sono arrivato in Inghilterra con l’intenzione di fare un’esperienza di lavoro che poi nel tempo è diventata la mia professione. Ho cominciato come cameriere in un ristorante Italiano nel Kent. Poi imparato meglio l’inglese e ho lavorato per Marks & Spencer come sales advisor in espresso bar e in fine sono approdato nella compagnia dove lavoro tutt’oggi. Ho cominciato come floor supervisor, poi sono diventato assistant manager e infine general manager. Ora gestisco all’incirca dieci ristoranti distribuiti in cinque regioni differenti dell’Inghilterra.

Anche Alex e Andrea Antonio, a Londra da 9 e 13 anni rispettivamente – hanno iniziato dal basso. Oggi Alex, 36 anni, di Reggio Calabria, è manager di un ristorante italiano “Con grandi sacrifici – ci racconta – nel giro di pochi anni sono passato da lavapiatti, a cameriere, pizzaiolo, chef, barman, fino a diventare manager”. Andrea Antonio, 43 anni, molisano, è chef in un ristorante messicano della City: “Sono venuto a Londra per un mese di vacanza e sono passati 13 anni. Ho cominciato lavando i piatti e frequentando una scuola serale per imparare l’inglese e prendere la qualifica di chef. Ho fatto carriera nel giro di pochi anni”.

“Insieme alla mia fidanzata ed a una coppia di amici siamo arrivati a Londra nel 2004, perchè qui ci sono gli alberghi più prestigiosi al mondo ed il mio sogno era quello di lavorarci un giorno – ci dice Giovanni, originario della Sardegna, bar manager presso un noto locale di Mayfair.

Stefano, originario della Calabria e a Londra dal 2003, è titolare di una società di consulenza che supporta start-up aziendali o aziende in difficoltà nell’ambito della ristorazione: “Dopo la laurea e un po’ di tempo passato in giro per l’Italia per lavoro, il Bel Paese ha cominciato ad andarmi stretto e così ho deciso di lasciarlo. La meta più appetibile era (e rimane tuttora) Londra. Il mio è stato un iter anomalo, visto che ho una Laurea in Economia Aziendale con specializzazione in marketing. All’ambito ristorativo ci sono arrivato quasi per caso subito dopo un master e ne sono rimasto affascinato. Ho iniziato nel mondo alberghiero per poi spostarmi progressivamente nella ristorazione. Ho lavorato per un paio di compagnie qui a Londra e questo mi ha permesso di crescere e creare notevoli contatti. Quattro anni fa ho creato una società di consulenza che in pochi anni è diventata un punto di riferimento per gli italiani che vogliano fare business nel settore ristorativo”.

Rossana, da Bari ha lasciato l’Italia alla volta di Londra, appoggiandosi a un parente già attivo nel mondo della ristorazione “Dopo l’ennesima delusione lavorativa – racconta Rossana manager di una pizzeria e gelateria nella cittadina di Bath, dove vive da 9 anni -, con il mio fidanzato abbiamo deciso di cercare un’opportunità nel Regno Unito e così ci siamo trasferiti. Appena arrivata ho cercato di imparare velocemente l’inglese e quando mi sono sentita pronta ho accettato l’offerta di mio cognato di lavorare nella sua gelateria. Dopo quattro anni e nel frattempo abbiamo aperto una pizzeria. Adesso sono il manager dei due locali”.

Maggiori opportunità in Inghilterra rispetto all’Italia?

La Gran Bretagna, contrariamente all’Italia, è da sempre considerata la patria delle opportunità, dove non devi “conoscere qualcuno”, ma solo tanta voglia di fare, di impegnarti e di riuscire. È proprio per questo che tanti giovani, e ultimamente, sempre più spesso, anche persone con qualche primavera in più approdano nel Regno Unito in cerca di quella chance che il loro Paese non è stato in grado di offrirgli. Anche nell’ambito della ristorazione in generale l’equazione “UK = possibilità” pare essere decisamente valida.

“Penso che in Inghilterra ci siano più opportunità di fare carriera in tutti i campi – afferma Rossana -. Qui non devi essere il figlio di…. o l’amico di…. o devi votare per…. Se vuoi lavorare, devi essere te stesso, se hai voglia di lavorare ci sono un mare di opportunità, se vuoi cambiare lavoro, non sei mai troppo vecchio per farlo, non sei mai troppo vecchio per tornare a studiare. In Italia tutto questo non esiste”.

“In Inghilterra ci sono molte possibilità soprattutto se si lavora per grandi compagnie di ristorazione – spiega Gennaro -, perchè queste aprono nuovi ristoranti continuamente. Qui ci sono diverse figure lavorative: si comincia come semplice cameriere e, impegnadosi, si può arrivare alle cariche più alte. In Italia invece si lavora molto come singoli individui, perchè di solito c’è un ristorante ed il proprietario che lo gestisce”.

Dello stesso avviso è Giovanni: “A Londra soprattutto negli ultimi anni le strutture alberghiere e il settore della ristorazione è cresciuto tantissimo ed è molto più facile trovare lavoro ma anche crescere con l’azienda”.

A Londra tutto è possibile – conclude infine Fabio, siciliano, 29 anni, oggi waiter per Pizza Express, arrivato in Uk nel 2007 per lavorare come pizzaiolo e imparare l’inglese – puoi partire come semplice pizzaiolo e diventare general manager di una compagnia di ristoranti”.

Gioie e dolori della professione

Lavorare nella ristorazione richiede tanta passione e tanta voglia di fare: “per lavorare nel campo della ristorazione bisogna avere molta volontà, un grande senso di sacrificio – racconta Rossana -, oltre a tanta pazienza, perchè ogni giorno hai davanti gente con cultura e pensieri differenti dai tuoi.”

Dello stesso avviso Stefano: “è una professione che assorbe tanto tempo e spesso diventa parte integrante di te stesso. È difficile staccare la spina.”

Ma nonostante i sacrifici, sembra valerne la pena: “le soddisfazioni sono tantissime – dice ancora Stefano –. È l’unico settore dove il contatto umano continua ad essere l’elemento predominante”.

Per Rossana “quello che gratifica di più in questo lavoro è veder tornare i clienti, vederne arrivare di nuovi mandati da chi da noi c’è stato ed è rimasto contento”.

“È gratificante lavorare in squadra – spiega infine Alex – seguendo tutti lo stesso intento. Se ci si mette passione, testa e professionalità si crea armonia nell’ambiente di lavoro, e se c’è armonia le soddisfazioni arrivano facilmente”.

Requisiti e titoli di studio

Ma per coloro che hanno deciso di buttarsi in quest’avventura, quali sono requisiti e i titoli di studio necessari per lavorare nella ristorazione? Innanzitutto bisogna dire che essendo sempre a contatto con la gente, in questo ambito professionale la comunicazione è non solo importante, ma essenziale. Una buona conoscenza della lingua inglese è quindi un requisito importante, ma che si può acquisire con il tempo.

“Oggi la ristorazione richiede un bel po’ di attenzione al servizio e alle esigenze del cliente, che potrebbe ad esempio avere qualche allergia particolare – sottolinea Gennaro – . Ci sono inoltre leggi da osservare per la propria sicurezza e quella degli altri, che senza una buona conoscenza della lingua non potrebbero essere comunicate. Oltre al fatto che serve per comprendere le istruzioni fornite dal datore di lavoro! ”.

“E poi si ha a che fare quotidianamente con fornitori, lo staff eccetera, per cui sì, la conoscenza dell’inglese deve essere abbastanza alta”, conclude Rossana.

“Se si aspira a lavorare in locali di alto livello – concordano Andrea e Giovanni – , allora l’inglese deve essere dello stesso livello”.

Per quanto riguarda invece i titoli di studio, non è sempre e per tutti uguale. In genere dipende dal ristorante in cui si vuole trovare lavoro e dal ruolo che si va a ricoprire.

“Nei ristoranti con la R maiuscola – spiega Alex – se hai un titolo di studio, come un diploma di scuola alberghiera, è meglio, ma nella maggior parte dei casi non è necessario possederne uno”.

Dello stesso parere è Gennaro – “un titolo di studio specifico sul catering non guasta, ma in definitiva non é necessario. Molte compagnie preferiscono formare il proprio personale con i propri standard, ma ovviamente dipende dal tipo di scelta lavorativa che si fa”.

“A chi volesse intraprendere la professione nell’ambito della ristorazione – consiglia Alex – dico di migliorare per se stessi, per alzare il proprio livello. Mai essere restio ad imparare una cosa nuova, mai! Potrà essere utile per un’esperienza futura”.

Un avviso simile lo dà Stefano: “consiglio di iniziare a lavorare senza dare troppa importanza all’aspetto economico, ma piuttosto a quanto si può imparare per poi crescere professionalmente”.

Stipendi

Lo stipendio per chi lavora nel settore della ristorazione varia molto dalla qualifica che si va a ricoprire, dal locale in cui si esercita la professione, dall’esperienza maturata. Si può passare indicativamente dalle 15.000 sterline annue per i camerieri e i baristi, alle 30.000 sterline a salire (anche di molto) per i manager di ristorante.

Tornerete in Italia?

Per tutti i ragazzi che hanno raccontato la loro storia non c’è in programma un rientro in Italia. A Londra e in Inghilterra hanno trovato l’opportunità che cercavano.

Non è nelle mie intenzioni tornare – spiega Gennaro – e al momento in Italia la mia figura lavorativa non è molto diffusa”.

Stefano: “al momento la mia vita è qui a Londra. Ritengo che l’Italia sia il Paese più bello del mondo per viverci, ma non per lavorarci”.

Un rientro in Italia per Andrea Antonio è previsto “solo per le vacanze e magari quando sarò in pensione” – perchè “ in Italia bisogna cambiare gli italiani e smetterla di piangersi addosso”.

Anche per Alex il Bel Paese non è meta di ritorno: “non penso rientrare per lavoro, ma solo per vacanza”.