Sono decine di migliaia gli italiani che si trasferiscono in UK ogni anno e sono moltissime le storie di successo che si possono raccontare. A volte però vivere in un altro paese può essere fonte di forte stress psicologico, anche a distanza di molti anni dal trasferimento. Ne parliamo con la Marzia Santori, psicoterapeuta psicodinamica a Londra, che da anni incontra anche gli italiani che vivono nella capitale inglese.

Trasferirsi in un altro paese, iniziare una nuova vita altrove può essere un’esperienza eccitante ma anche piena di ostacoli e difficoltà da superare. Transferirsi in una metropoli delle dimensioni di Londra può inoltre accentuare il senso di solitudine e isolamento. A che cosa va incontro chi si trasferisce in UK?

La vita all’estero comporta il confronto con un ambiente in cui i riferimenti sono totalmente diversi e dove spesso manca il supporto di strutture familiari o para-familiari. Ciò può indurre un senso di disorientamento e fragilità che mettono sotto stress l’individuo richiedendo uno sforzo di adattamento spesso percepito come eccessivo. In una grande metropoli globale come Londra, l’ambiente competitivo e frenetico può risultare destrutturante per l’assetto psicologico, soprattutto in fasi di transizione quali per esempio crisi di relazione o instabilità lavorativa. L’individuo in tali situazioni può avvertire un senso di fragilità interiore e di inadeguatezza che provocano stati di ansia o panico difficili da gestire.

Esiste un modo per prepararsi ad affrontare queste difficoltà?

Io credo che il modo migliore per prepararsi è quello di affrontare la sfida con realismo rispetto agli ostacoli che si potranno incontrare e di coltivare internamente l’immagine dell’avventura, associata di per se al senso del nuovo, dell’ignoto e del rischio, ma anche ad uno spirito di curiosità e di sfida nonché di apertura rispetto alla ricerca di soluzioni creative. In questo senso credo che sia importante accettare l’idea che, nella gestione di tali sfide, si possa avvertire il bisogno di un aiuto esterno come per esempio quello di associazioni di concittadini con cui confrontarsi ma anche di psicoterapia individuale o di gruppo.

Queste difficoltà riguardano solo chi è appena arrivato o posso riscontrarsi anche in chi si trova a Londra da molto tempo? Quali altri problemi incontrano coloro che vivono a Londra da tempo?

Il senso di disorientamento o di stanchezza può, io credo, sopravvenire anche a seguito di una lunga permanenza. In parte perché ci si può trovare a vivere dei momenti di disillusione o di disattesa delle aspettative ed in parte perché le situazioni non sono mai statiche, come prova la vicenda Brexit che tanta ansia e senso di marginalizzazione provoca nei cittadini EU.

Quale peso e ripercussioni ha la lontananza dalla famiglia di origine?

Credo che questa sia una problematica squisitamente individuale. C’è chi parte nonostante la difficoltà di allontanarsi dalla famiglia e chi parte con l’obiettivo di recidere i legami o perlomeno renderli più fluidi. Certo per la cultura Italiana, in cui la famiglia rappresenta un rilevante centro di riferimento nonché spesso fonte di supporto, il problema è centrale per l’assetto psicologico dell’espatriato nonché fonte di difficoltà da gestire in ambito terapeutico.

Rispetto agli decenni passati, durante i quali a trasferirsi in UK sono stati prevalentemente singoli, negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento consistente del numero di coppie, spesso con bambini. Quali sono le difficoltà che riscontrano queste famiglie a seguito del trasferimento?

Ritengo che il trasferimento del nucleo familiare possa rappresentare da un certo punto di vista un assetto più solido rispetto alla condizione del single, in quanto la percezione può essere quella di avere un ‘porto sicuro’ a cui fare riferimento. Tuttavia è anche necessario considerare la problematica di dover gestire il processo di adattamento per il nucleo in quanto tale, in cui gli adulti hanno responsabilità aggiuntive per i figli. Non è peraltro da sottovalutare l’impatto che tale necessità di adattamento ha su delicate tematiche familiari e di coppia.

Quando e’ consigliabile rivolgersi ad uno psicologo? In che cosa puo’ essere utile?

Partendo dal presupposto che, come ho detto, l’esperienza psicologica dell’espatrio rappresenta un particolare tipo di avventura nonché di sfida, direi che sarebbe consigliabile ricorrere ad un intervento terapeutico non appena si avvertano un senso di stanchezza, di fragilità e/o di inadeguatezza di fronte alle situazioni. La sintomatologia può variare da stati ansiosi apparentemente immotivati, ad un senso di pericolo associato a volte a sensazioni di panico, ad eccessiva irritabilità, a disturbi del sonno o dell’alimentazione, a problemi relazionali in ambito privato o lavorativo, alla necessità di ricorrere a sostanze di vario genere per ‘contenere’ il proprio malessere interiore. Lo psicoterapeuta potrà fornire un supporto professionale per navigare ed in ultima analisi risolvere l’impasse interiore in cui si trova l’individuo in un contenitore confidenziale e qualificato difficile da replicare nell’ambito di rapporti interpersonali o familiari , sociali e lavorativi.

Redazione

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Dott.ssa Marzia Santori

Dott.ssa Marzia Santori

Psicoterapeuta psicodinamica

Registrata con lo UKCP (UK Council for Psychotherapy) e con GAP (Guild of Analytical Psychologists)

Sito web: www.psychotherapySW.com
Telefono: 07740 952779